“…ma nessuno guarda il cielo nel sottobosco di Parigi”

Quando si atterra a Charles de Gaulle l’atmosfera é surreale, l’aeroporto é semivuoto e si ha l’impressione di camminare tra i relitti di una gigantesca città abbandonata in fretta e furia.
La banchina della RER B che porta a Parigi é praticamente vuota, oltre me solo un ragazzo giovane e svagato che ha dei problemi con il distributore automatico, l’unica ventata di umanità la porta un uomo dall’età indefinita che, quasi saltellando, viene a chiedermi se ho degli spiccioli e io glieli do con piacere e lui se ne va tutto contento lanciando la moneta in aria e riprendendola con inaspettata agilità.
Il treno parte con ritardo ed il paesaggio inizia a scorrere dal finestrino, così familiare e distante, quasi si avesse per un istante un accesso privilegiato al privato altrui.
Interi paesi sorti dal nulla si susseguono, cantieri abbandonati e catapecchie con giardini ingombri di inutilità e spazzatura, muri stuccati alla bene e meglio con ancora calce viva in bella evidenza, automobili vecchie e scalcagnate fuori dai viali ed erba alta, una donna in abiti africani colorati che guarda le rotaie seduta su una sedia di plastica appare come un miraggio, pianosequenza neorealista.

©Roberto Pollio

L’estremo nord dell’urbano é un susseguirsi di cittadine “sous bois”, letteralmente sottobosco, chiamate così a causa della vicinanza a quella enorme macchia verde nordeuropea che ricopre questa parte di mondo, materialmente perché c’è davvero il sottobosco dell’umanità, chi non merita la Città.
Non a caso qua sono nate le rivolte delle Banlieues una decina di anni fa.
Le stazioni sono piene di neri ed arabi, devo aspettare più di 10 chilometri per vedere il primo bianco, un vecchio malmesso che non sale nemmeno sul treno, ma resta seduto tirando lunghe boccate dalla sua sigaretta mentre la vita gli scorre rumorosa attorno.
Mentre ci si avvicina a Parigi spariscono le casette ed appaiono i grandi complessi popolari che sembrano essere stati gettati senza nessun vero progetto in mezzo al nulla, silos in cui rinchiudere gli indesiderati, senza niente attorno che possa vagamente generare comunità.
Insieme, accalcati nel nulla, in torri surreali e malinconiche.
Poi si arriva a Saint Denis ed é tutta una gru ed un’ orribile rigenerazione urbana, che vuol dire cacciare ancora più gente, allontanare i confini, che la metropoli sta fagocitando altro terreno ed ha bisogno di crescere , di diventare grande, sempre più mostruosa.

I giorni seguenti mi dimentico del viaggio in treno, preso dalla danza parigina, dalle incombenze e dalle bellezze, mentre spingo la bicicletta sempre più veloce tra i palazzi accecati dal sole o bevo un caffè con ghiaccio al parco mentre leggo un libro.
Non sembra esserci nemmeno stata una pandemia, perché la memoria é molto corta tra i boulevards e si danza per strada durante la festa della musica mentre un orchestra arancione mischia jazz e musica contemporanea e noi beviamo ridendo sotto il primo sole forte di questa estate che non ho vissuto e non vivrò in Francia.
Tutto il resto é una valigia aperta al centro della mia stanza che mi ricorda la brevità del soggiorno e mi impedisce di oziare eccessivamente.

La domenica monto sul Velib e mentre lo punto deciso verso Nord, superando una Châtelet deserta, noto quanta gente si stia riprendendo luoghi abitualmente preclusi, dedicati al commercio, agli scambi regolati dal denaro.
Gruppi di ragazzi con sedie prese chissà dove ballano, bevono e fumano fuori ai bar chiusi e tossici , senzatetto ed esclusi espandono giacigli e zone d’influenza, ne sono tantissimi, di ogni età ed ogni etnia e sono segnati da un città senza Comune che non ha pietà, creano un mondo sommerso, dalle leggi a me sconosciute che in questa domenica ventosa si sovrappone al mondo di sopra come un ombra fugace che si getta rapace sul sole assente.
Tre uomini di età diverse che sembrano,dai tratti somatici, dell’Est Europa, sono stesi per terra su materassi sporchi ed il più vecchio guarda tenero il più giovane che volteggia senza musica tra lattine sporcizia e buste del Franprix; su Boulevard Sébastopol una donna anziana, serafica come una santa, seduta a gambe incrociate su due materassi che occupano tutto il marciapiede si sta sciogliendo una treccia mentre i suoi occhi sono persi nel vuoto.
Chissà dove torneranno domani, quando non ci sarà spazio per la loro tenera ed innocua conquista di Parigi.

La RER di ritorno é piena di lavoratori con le facce stanche che si addormentano e sobbalzano, diretti chissà dove a fare cosa.
Sulle pareti di una stazione ci sono enormi pannelli con le foto del sobborgo attuale(sporco e degradato) e di cosa diventerà(cool e moderno), quando la domanda più giusta sarebbe cosa ne sarà di chi ci abita attualmente, come includere questa gigantesca moltitudine di subalterni che reggono Parigi sulle loro spalle senza neanche saperlo.
Il cielo stamattina é quasi irreale, profuma di profezia, ma nessuno guarda il cielo nel sottobosco di Parigi.

di Roberto Pollio

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